venerdì 1 novembre 2013

I DATI ITALIANI

Con la certezza dell'indicativo, il nostro Governo e la nostra Intelligence hanno sostenuto in queste ultime due settimane che quantomeno «la privacy delle comunicazioni tra cittadini italiani all'interno dei nostri confini è garantita».

Dunque, che il traffico dati scambiato in Italia tra operatori Internet italiani è a tenuta stagna dalla sorveglianza elettronica clandestina delle Intelligence di Paesi stranieri (l'americana Nsa e l'inglese Gchq in primis ), dalle pratiche di raccolta a strascico e archiviazione di massa di metadati.

E tuttavia non è così.

O, almeno,è stato così per 17 anni, ma non lo è più da almeno quattro mesi.

Dal giugno scorso, il traffico dati del 60 per cento di utenti italiani di adsl è infatti obbligato a transitare attraverso nodi di interconnessione e provider esteri anche quando il tragitto dei dati mette in collegamento provider italiani e si svolge dunque all'interno dei nostri confini.

Quando cioè ci si connette a pagine web italiane, come ai siti della nostra pubblica amministrazione o a banche dati pubbliche e private.

Parliamo di almeno 10 milioni di italiani che, senza saperlo, ogni giorno, navigando in banda larga dal loro computer di casa o ufficio si agganciano a indirizzi domestici ovvero scambiano mail con chi è cliente di provider nazionali.

In giugno, è accaduto infatti che Telecom Italia (che con il suo 50 per cento di "utenza residenziale"è il maggiore operatore nazionale di telecomunicazioni), con una decisione di cui, a quanto pare, il nostro Sistema di sicurezza nazionale non ha avuto neppure percezione, abbia deciso di chiudere gli accessi alla propria rete ad una sessantina di piccoli e medi Internet provider italiani cui, dal 1996, in forza delle leggi antitrust, garantiva gratuitamente l'ingresso.

Nel linguaggio degli addetti, la mossa ha un nome, " depeering ".

E il suo effetto immediato è stato duplice.

Primo.

Tutti gli utenti Adsl degli Internet provider italiani esclusi da Telecom dai suoi Network access Point (vale a dire i punti in cui convergono le reti fisiche che trasportano i dati all'interno del nostro Paese e che sono a Milano, Bari, Padova, Firenze, Udine, Torino e Roma) per navigare devono ora connettersi a provider stranieri.

Il loro traffico dati è cioè obbligato a superare quelle colonne d'Ercole dei nostri confini oltre le quali siè in terra di pirati.

E dove nessuno, ormai lo sappiamo, può garantire ciò che verrà fatto di quel traffico.

Secondo.

Anche gli utenti di "Alice", la banda larga di Telecom (circa 7 milioni di italiani), per poter ora accedere ai contenuti messi a disposizione da altri provider italiani cui da giugno è negato l'accesso, devono transitare dall'estero.

Il che significa, per fare un esempio, che per aprire la pagina Web del Ministero di Giustizia così come di altre pubbliche amministrazioni i cui contenuti non sono nella piattaforma Telecom, e con loro scambiare dati, dovranno agganciarsi a uno dei nodi di interconnessione internazionale.

Che, per restare in Europa sono Londra, Francoforte e Parigi. Con buona pace della sicurezza nazionale e della privacy.

Dall'estate scorsa, Renato Brunetti, Presidente dell'Associazione Italiana Internet Provider, tenta di bucare il muro di "disattenzione" su cui questa storia è rimbalzata, per poi essere relegata in qualche forum per addetti.

E ora torna dunque alla carica: «E' evidente che quanto è successo mette a rischio parte delle comunicazioni tra utenze italiane».

Evidente, ma, a quanto pare, ignoto ai più.

LONDRA, LA VENDETTA DEL GOSSIP IL PROCESSO TABLOIDGATE RIVELA ECCO L' AMANTE DI REBEKAH

Chi di gossip ferisce, di gossip perisce.

Rebekah Brooks, ex-amministratore delegato dei tabloid scandalistici di Rupert Murdoch in Inghilterra,e Andrew Coulson, ex direttore di uno dei quei tabloid (prima di diventare il portavoce di David Cameron a Downing street), erano lovers, amanti, ha rivelato ieri la pubblica accusa al processo per il Tabloidgate, lo scandalo delle intercettazioni illecite compiute da detective privati, giornalisti senza scrupoli e poliziotti corrotti ai danni di Vip, membri della famiglia reale, politici e vittime di crimini efferati.

Per sei anni, dal 1998 al 2004, Rebekah e Andy, entrambi sposati, ebbero una relazione clandestina extraconiugale: gli inquirenti lo hanno scoperto ritrovando lettere fra i due e lo hanno reso noto non per fare dei pettegolezzi, bensì per dimostrare che dunque fra i due non c' erano segreti.

«Se uno sapeva qualcosa, la sapeva anche l' altro», dice il pubblico ministero nell' aula dell' Old Bailey, il tribunale di Londra da cui sono passati tanti famosi delitti, per l' occasione pieno come un uovo di cronisti e curiosi.

L' ex ad e l' ex direttore si professano innocenti, sostenendo entrambi di essere rimasti all' oscuro degli sporchi trucchi usati dai propri reporter per ottenere scoop.

Ma la clamorosa rivelazione sulla loro "love story" segreta può convincere i giurati che al News of the World, il giornale sotto accusa, esisteva "una cospirazione", di cui la Brooks e Coulson erano i mandanti.

«Il giornale che dirigevate non era grosso come ' Guerra e pace' , è impossibile che non sapeste come venivano trovate le storie che finivano sulle sue pagine», ironizza il procuratore capo.

La prova che i due stessero insieme è lampante.

«Come faremo funzionare la nostra relazione?» scrive lei a lui in una delle lettere esibite al processo.

«Ci sono centinaia di cose successe da sabato scorso che vorrei condividere con te.

Il fatto è che tu sei il mio miglior amico, ti dico tutto, confido in te, chiedo il tuo consiglio, ti amo, tengo a te, mi preoccupo per te.

Ridiamo e piangiamo insieme, e insomma senza questa nostra relazione non so come farei ad andare avanti nella vita».

All' epoca, Rebekah era sposata con l' attore Ross Kemp, con il quale ha avuto un matrimonio piuttosto tempestoso: una volta lui chiamò la polizia a casa affermando che la moglie lo aveva aggredito.

Dopo il divorzio da Kemp, la Brooks si è risposata con Charlie Brooks, un noto allenatore di cavalli da corsa.

Quanto a Coulson, era e rimane tuttora sposato con la stessa donna, da cui ha avuto due figli.

«Non facciamo questa rivelazione per intrometterci nella privacy degli imputati, né per emettere un giudizio morale nei loro confronti», afferma in un' aula in cui non vola una mosca il procuratore Andrew Edis.

«Ma la signora Brooks e il signor Coulson sono accusati di cospirazione e la prima domanda a cui una giuria deve rispondere in un caso simile è, quanto bene si conoscevano? quanto si fidavano l' uno dell' altro? Ebbene, ora lo sappiamo».

Seduti vicini sul banco degli imputati, Rebekah e Andy non hanno un fremito, non si guardano nemmeno negli occhi.

Se avessero fatto uno scoop simile su due loro colleghi, quando avevano un giornale in mano, si può scommettere che l' avrebbero sparato in prima pagina.

Ma adesso è un pubblico ministero a fare uno scoop su di loro, e può contribuire a sbatterli, anziché in prima pagina, in prigione.

POTENTI SPIATEVI E LASCIATECI IN PACE

Non c'è solo lo spionaggio tra Stati, ma anche la continua erosione della nostra privacy.

Puntiamo lo sguardo sull'obiettivo giusto.

Il Grande Fratello non ha mai visto tempi migliori.

Perché?

Merito della tecnologia.

Confronto al traffico di informazioni private condivise grazie agli smartphone e la facilità con cui le spie possono accedervi, la Stasi sembra appartenere al Medioevo.

Purtroppo non sono solo le spie a "leggerci la posta" come si diceva una volta, e a seguire ogni nostra mossa.

Lo fanno anche i giornalisti britannici che intercettano i cellulari e le internet company americane, società for profit fagocitatrici di dati.

Il bene fondamentale minacciato da tutti questi agenti tecnologicamente avanzati si può definire con una sola parola: privacy.

Come ebbe a dire un pezzo grosso della Silicon Valley: "La privacy è morta.

Fatevene una ragione".

C'è chi non si rimette a questa idea.

Vogliamo tenerci addosso ancora qualche panno.

Crediamo che tutelare la privacy dell'individuo sia fondamentale non solo per la dignità umana ma anche per altri due validi motivi: la libertà e la sicurezza.

Il problema è che la privacy è al contempo imprescindibile e in attrito sia con la libertà che con la sicurezza.

Un ministro del governo che mantiene l'amante tra lenzuola di seta a spese dei contribuenti francesi non può obiettare se la stampa mette in piazza la sua vita sessuale.

La libertà del cittadino di vagliare la condotta dei personaggi pubblici batte l'esigenza di privacy del ministro.

Il problema è stabilire il confine tra ciò che è realmente di interesse pubblico e ciò che semplicemente "interessa al pubblico".

Analogamente, se vogliamo essere protetti dagli attentati terroristici quando andiamo al lavoro la mattina, è necessario che i telefoni e le email di individui potenzialmente pericolosi siano controllati.

Il problema è stabilire chi siano questi individui, quanti siano e a che tipo di controllo vada applicato.

Dalle rivelazioni di Edward Snowden pubblicate dal Guardian, dal New York Times e da altri giornali emerge fondamentalmente che negli Usa e in Gran Bretagna la regolamentazione non ha funzionato a dovere.

La Nsa e il Gchq semplicemente succhiavano troppi dati riferiti a troppi privati in troppi paesi, sfruttando gli spazi di manovra offerti da normative superate, troppo generiche, e dall'inadeguata supervisione parlamentare.

Il fatto che ora l'amministrazione Obama e il Congresso Usa intendano imporre un giro di vite e la Gran Bretagna si avvii in quella direzione è prova che qualcosa di marcio c'era.

Senza l'intervento della talpa e della stampa libera non si sarebbero mossi.

Da poco impazza il dibattito sulle attività di spionaggio tra governi che in teoria sarebbero amici.

Quello è un altro discorso.

Mettiamo che io sia il governo del paese X.

Ovviamente voglio che i miei segreti siano belli al sicuro mentre io accedo di soppiatto a quelli degli altri paesi.

In pratica tutti ci provano.

C'è una teoria, avanzata dalle spie di entrambe le parti durante la guerra fredda, ossia che se i ministri della difesa di tutto il mondo spiassero sotto le loro mutande antiproiettile il mondo sarebbe più sicuro.

Eviterebbero il rischio di sovrastimarsi a torto.

Ma l'oggetto del dibattito non dovrebbe essere questo.

Il tema fondamentale è la privacy dei singoli cittadini innocenti.

La stampa libera ha spezzato una lancia a favore della nostra privacy nel momento in cui le leggi e i garanti erano venuti meno.

Ma le spie non sono le sole ad usare le risorse ultra-orwelliane offerte dalla tecnologia delle comunicazioni contemporanea per violare la privacy degli individui senza valido motivo.

La rivista satirica Private Eye coglie in pieno questo aspetto.

Con il titolo "L'ira della Merkel per le intercettazioni di Obama" pubblica una foto della cancelliera tedesca che scura in volto parla al cellulare.

Il fumetto dice: "Ma chi credi di essere? Rupert Murdoch?".

Nel momento in cui il premier britannico David Cameron e vari giornalisti delle testate di proprietà di Murdoch accusano il Guardian di mettere a rischio la sicurezza nazionale, Rebekah Brooks, ex direttrice dell'ormai defunto tabloid di Murdoch, News of the World, è sotto processo.

Le imputazioni riguardano le intercettazioni di telefoni di privati operate da giornalisti della sua testata.

Quelle intercettazioni non sono state effettuate nell'interesse della sicurezza nazionale ma per solleticare la curiosità del pubblico - e quindi vendere più copie.

Quindi se la stampa libera serve a monitorare gli eccessi della sorveglianza segreta da parte dello Stato, gran parte dell'opinione pubblica britannica gradisce che siano frenati anche gli eccessi di sorveglianza segreta da parte della stampa libera.

Non vuole però che il potere di vigilanza sia affidato ai politici - a buona ragione, come testimonia il recente tentativo del presidente del partito conservatore, Grant Schapps, di mettere in riga la Bbc in vista delle prossime elezioni parlamentari del maggio 2015.

Mercoledì però abbiamo assistito ad un tentativo goffo e antiquato a suffragio di una più severa autoregolamentazione della stampa attraverso la Royal Charter approvata dal Privy Council.

Il Privy Council è costituito da un paio di ministri dei partiti al governo in piedi (non seduti) davanti a Sua Maestà Britannica che si limita a dire "approvato".

Tutto lì.

Gli Stati Uniti hanno il Primo Emendamento, magnifico per chiarezza e semplicità, noi invece abbiamo la regina Elisabetta II che dichiara con la formula rituale di istituire "un ente giuridico noto come Recognition Panel".

Il che non è altro che un meccanismo per riconoscere ufficialmente un organismo di autoregolamentazione della stampa al cui giudizio molte importanti testate (incluso il gruppo Murdoch) sostengono di non volersi sottoporre.

Nemmeno Washington riuscirebbe a fare più casino.

Per di più l'idea stessa di regolamentare "la stampa" in un contesto puramente nazionale sta diventando rapidamente anacronistica.

Dove finisce "la stampa" e dove comincia un individuo che si esprime su Twitter o Facebook?

E i dati, le parole e le immagini non trapelano solo al di là di tutte le piattaforme ma anche al di là di ogni frontiera nazionale.

Così l'Ue punta ad applicare una tutela maggiore della privacy degli europei, contro i giganti Usa, tramite una nuova direttiva sulla protezione dei dati.

Ma ciò comporta a sua volta il rischio di frammentare internet in più aree nazionali, cosa che sarebbe ben gradita a regimi autoritari come la Cina e la Russia.

La privacy di alcuni potrebbe quindi essere accresciuta a spese della libera espressione online di tutti.

Non esiste una soluzione semplice del problema.

Ma almeno puntiamo lo sguardo sull'obiettivo giusto, che non è lo spionaggio tra stati.

È la massiccia erosione della privacy - la vostra.

DATAGATE: I GIGANTI WEB INFURIATI SCRIVONO AL CONGRESSO USA

Sei grandi compagnie - Facebook, Google, Apple, Yahoo!, Microsoft e AOL - hanno scritto una lettera congiunta ai leader del Senato chiedendo maggiore trasparenza sulle richieste di cooperazione che la National Security Agency gli ha rivolto per anni.

Dalla difesa, i giganti del web sono passati all'attacco.

Per mesi si sono limitati a chiedere una maggiore trasparenza sulle richieste di cooperazione che la National Security Agency gli ha rivolto per anni, ma ora, sulla scia di nuove rivelazioni che rischiano di minare ulteriormente la fiducia dei loro utenti, sono andati oltre e spingono apertamente per una riforma che imponga restrizioni alle agenzie di intelligence Usa.

Sei grandi compagnie - Facebook, Google, Apple, Yahoo!, Microsoft e AOL - hanno scritto una lettera congiunta ai leader del Senato in cui affermano che "la trasparenza è il primo passo per un dibattito pubblico informato, ma è chiaro che c'è ancora molto da fare" su questo piano.

E poi: "Le nostre aziende ritengono che le pratiche di sorveglianza dovrebbero essere riformate, affinchè includano sostanziali rafforzamenti alla protezione della privacy e appropriate supervisioni e meccanismi di responsabilità per i relativi programmi".

Nel testo, riferisce il Washington Post, si lodano inoltre gli sponsor di un disegno di legge che metterebbe fine alla raccolta a tappeto dei dati telefonici di milioni di americani e creerebbe la figura di un difensore della privacy all'interno del tribunale che supervisiona le attività della Nsa.

Una iniziativa che certamente trova il sostegno anche del gigante delle comunicazioni AT&T, che da quando è venuta alla luce la sua collaborazione con la Nsa nella raccolta dei tabulati telefonici ha subito notevoli contraccolpi sulle sue mire di espansione.

Come scrive oggi il Wall Street Journal, funzionari europei e tedeschi hanno affermato che ogni tentativo di AT&T di acquisire un operatore di telefonia cellulare dovrebbe passare attraverso una particolarmente attenta valutazione.

Ma oltre al piano politico, i grandi di internet si muovono anche su quello tecnologico, rafforzando le protezioni anti-intrusione nei loro server.

Google, Facebook e Yahoo! hanno già fatto sapere che stanno rafforzando i loro sistemi di criptatura, così come Twitter sta sviluppando una serie di misure di sicurezza per proteggere in particolare i messaggi privati dei suoi utenti.

Tuttavia, come nota il New York Times, anche se adottano misure a vario livello contro la raccolta di informazioni personali da parte del governo, il loro business si basa comunque in gran parte proprio sulla raccolta di informazioni personali, per poter poi rivendere pubblicità personalizzate, e pertanto rimarranno sempre un 'obiettivo' troppo appetitoso per le agenzie di intelligence.