venerdì 17 maggio 2013

BLOOMBERG SCEGLIE PALMISANO PER PLACARE LE POLEMICHE SULLA PRIVACY

Bloomberg ha affidato a Sam Palmisano la revisione delle norme sulla privacy.

Il gruppo fondato dall'attuale sindaco di New York ha quindi scelto l'ex presidente e amministratore delegato di Ibm come "consulente indipendente" per supervisionare il cambiamento degli standard sulla privacy in scia alle polemiche nate dal fatto che i giornalisti del colosso media usavano i famosi terminali della società per monitorare le attività di accesso e le informazioni dei clienti abbonati.

La questione della sicurezza ha portato martedì scorso anche la Bank of Japan a chiedere chiarimenti sull'uso dei terminali all'interno dello stesso istituto centrale.

La Federal Reserve ha assicurato di voler fare chiarezza e Matthew Winkler, a capo di Bloomberg News, ha dovuto chiedere scusa per "l'imperdonabile" caso ammettendo che l'agenzia ha compiuto un errore nel dare a suoi giornalisti l'accesso a dati molto sensibili.

Alla BoJ si sono aggiunte la Bce, la Banca centrale del Brasile, la Bank of Korea e la Hong Kong Monetary Authority, l'autorità di vigilanza su uno dei principali hub finanziari asiatici, che hanno detto a vario titolo di voler far luce sull'accaduto.

La Cnbc ha riferito che i giornalisti di Bloomberg avrebbero avuto accesso anche a informazioni riservate sul segretario al Tesoro e al presidente della Fed.

A lanciare l'allarme in aprile era stata Goldman Sachs, quando un reporter di Bloomberg fece a Hong Kong ad alcuni responsabili della banca statunitense alcune domande mirate, dimostrando di essere in possesso di informazioni che avrebbero dovuto invece essere riservate.

Il presidente e ad dell'agenzia, Daniel L. Doctoroff, ha detto: "niente è più importante della fiducia dei nostri clienti.

Quando un cliente ha portato alla nostra attenzione queste questioni, ci siamo scusati per i nostri errori e agito immediatamente".

"Vogliamo andare oltre e sfruttare esperti indipendenti", ha spiegato, "per determinare i nuovi standard per la privacy e la sicurezza dati.

Questa revisione verrà completata rapidamente".

Oggi con Palmisano sono stati chiamati a bordo anche il legale Hogan Lovells e l'ex direttore di Bloomberg News Clark Hoyt.

Il primo affronterà la questione dal punto di vista di un avvocato, il secondo da quello di un professionista dell'informazione.

martedì 14 maggio 2013

GOOGLE, DIETROFRONT SULLA PRIVACY: “SU INTERNET SERVIREBBE IL BOTTONE ‘CANCELLA’”

Il presidente del colosso, Eric Schmidt, si schiera a favore del diritto all'oblio.

Una posizione molto diversa rispetto al passato, condivisa anche dall'Unione europea.

Ma la rimozione dei contenuti sgraditi può essere strumentalizzata, specie da vip e potenti.

“L’assenza di un bottone ‘Cancella’ su Internet è una questione importante.

Ci sono situazioni in cui cancellare è la cosa giusta da farsi.

Propongo che alla maggiore età, per regolamento, si cambi nome.

Allora sì che si potrebbe dire, ‘Non ero io, non ho fatto io quelle cose’”.

Eric Schmidt, presidente di Google, nel corso di un intervento alla New York University pochi giorni fa, ha sollevato la questione della riservatezza in rete.

In netto contrasto rispetto al passato.

Siamo molto lontani infatti dalla sua dichiarazione del 2009, sempre in tema di diritto all’oblio, quando aveva detto: “Se hai cose che non vuoi che nessuno sappia, allora forse per prima cosa non avresti dovuto farle”.

Quindi, a distanza di quattro anni, Schmidt fa dietrofront e in favore della privacy.

In un’intervista per il suo nuovo libro The New Digital Age, Schmidt parla così della possibilità di un monitoraggio governativo delle sue attività digitali: “La privacy è ancora più importante in questo nuovo mondo interconnesso, ne abbiamo bisogno.

Avremo bisogno di combattere per questo”.

E aggiunge: “In America un ragazzo che sbaglia – che commette un crimine, finisce al riformatorio e poi ne esce – può chiedere che i dati vengano eliminati dal casellario.

E’ una cosa ragionevole.

Ma oggi questo non è più possibile per via di Internet… e questo contrasta con il nostro innato principio di correttezza.

Oggi, dalla nascita alla morte, il tuo profilo personale sarà sempre più condizionato da eventi digitali, da cosa la gente dice di te, e sarà molto difficile controllare le cose”.

Con la fine della privacy, quello che acquisirà valore secondo Schmidt sarà la reputazione pubblica, l’elemento capace di decretare il nostro successo o l’insuccesso in un mondo ipervisibile.

“Ci sono casi in cui cancellare è appropriato e altri no.

Come decideremo?

E’ ora di fare questo dibattito pubblico”.

Google così si ritrova, per voce del suo presidente, un po’ più vicina alle odiate posizioni dell’Unione Europea, che con l’ormai prossima General Data Protection Regulation prevede un diritto all’oblio indigesto alle grandi corporation della Silicon Valley.

Queste invocano la supremazia della libertà di parola, oltre che il desiderio di fare impresa senza legacci anche quando l’innovazione si scontra con la società e nascono nuovi usi della tecnologia ancora da digerire e regolamentare.

Addirittura, nei mesi scorsi, John Rodgers del Foreign Service americano, ha minacciato una guerra commerciale con l’Europa a causa di questa direttiva.

Ma, notano gli osservatori, non sono tanto i dibattiti filosofici quanto i problemi concreti a rappresentare l’interrogativo più pressante.

Infatti, l’applicazione di una simile legge probabilmente è del tutto impossibile: ai servizi come Facebook sarebbe imposto di far rimuovere i dati da dimenticare a tutti i siti terzi che ne avessero illegalmente fatto copia, pena la corresponsabilità.

Il ministero della Giustizia inglese inoltre ha preso le distanze dalla legge in questione alla fine di aprile: “Il titolo del provvedimento – ha spiegato – dà adito ad aspettative poco realistiche e ingiuste sul progetto europeo”.

Tra l’altro, uno degli effetti collaterali della normativa sul diritto all’oblio lo sintetizza Guido Scorza, giurista esperto di digitale: “La disciplina europea unica proposta da Viviane Reding (già Commissario europeo per la società dell’informazione e i mezzi di comunicazione, ndr) è apprezzabilissima, ma sul diritto all’oblio non ci siamo.

Se consentiamo a chiunque di pretendere la rimozione di un contenuto sgradito che lo riguarda, tra cento anni quando guarderanno a questa epoca attraverso Internet sembreremo tutti bravi e buoni.

Le storie di corrotti e delinquenti saranno sparite”.

Un dibattito molto complesso, come quello sul diritto all’oblio, che rischia sempre la strumentalizzazione per gli scopi di “reputation management” di vip e potenti: è il caso di Carolina Lussana, allora deputato della Lega Nord, che nel 2009 presentò una proposta di legge dove il diritto ad essere dimenticati sussisteva anche per chi “esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti”.

giovedì 9 maggio 2013

ENRICO MENTANA LASCIA TWITTER. COLPA DELL’ANONIMATO DILAGANTE?

“Il numero di tizi che si esaltano a offendere su twitter è in continua crescita.

Calmi, tra poco ce ne andremo, così v’insulterete tra di voi”.

E’ questo il cinguettio con il quale, ieri, quando erano da poco passate le tredici, Enrico Mentana ha aperto una lunga discussione via Twitter, chiusa poi, poco prima delle venti, con il suo ultimo tweet: “Un saluto finale a tutti”.

Il direttore del Tg di La7 ha così annunciato – o almeno sembra – la propria intenzione di lasciare la popolare piattaforma di socialnetwork.

L’episodio non avrebbe motivo di essere raccontato se il protagonista non fosse uno dei volti noti del giornalismo italiano, i cui cinguettii – per la verità poco più di un migliaio – erano seguiti da oltre 300 mila persone e, soprattutto, se non fosse per le motivazioni che hanno indotto Mentana a smettere di cinguettare online.

La decisione del direttore sta, infatti, tutta, in altri cento quaranta caratteri, dello stesso Mentana: “Resterei se ci fosse almeno un elementare principio d’uguaglianza: l’obbligo di usare la propria vera identità.

Strage di ribaldi col nickname”.

E’, dunque, il fatto che, su Twitter, vi siano milioni di persone che cinguettano utilizzando un nickname all’origine della decisione di Mentana di abbandonare la piattaforma di social network.

Tutta colpa dell’anonimato o di quello che, il giornalista, chiama – forse facendo un po’ di confusione tra scrivere usando uno pseudonimo e scrivere in forma anonima – “anonimato”.

Il popolare giornalista, d’altra parte, non fa mistero che nel Twitter dei suoi sogni non dovrebbe esserci spazio per cinguettii “anonimi” – nel senso appena chiarito – e a chi gli fa presente che, forse, la possibilità di cinguettare da dietro un pseudonimo consente, a molti, di sentirsi più liberi di manifestare il proprio pensiero, risponde con un cinguettio lapidario: “Curioso: gli argomenti usati dai difensori dell’anonimato su Twitter son gli stessi addotti dai massoni per giustificare le logge coperte…”.

A prescindere dal gesto di Mentana – forse dovuto ad un momento di umana debolezza davanti a qualche tweett-insulto di troppo – la discussione di ieri via Twitter è troppo importante per essere chiusa con qualche cinguettio.

Vale quindi la pena di fare un po’ di chiarezza, pur senza nessuna pretesa di proporre verità assolute che non ci sono e non possono esserci dinanzi ad un fenomeno in così rapida evoluzione e con un così rilevante impatto sociale prima ancora che giuridico.

Un primo aspetto da chiarire è che usare un nickname – su Twitter come in qualsiasi altra piattaforma online – è perfettamente legale ed è, anzi, quanto suggerito dai Garanti della Privacy Europei sin dal 2008 e ribadito, più di recente anche dal nostro Garante per il trattamento dei dati personali e la riservatezza.

A ciascuno, quindi, scegliere se presentarsi online con il proprio nome e cognome o, invece, usare uno pseudonimo moderno ovvero un nickname, una modalità di “firma” e non di anonimato, diffusa da tempi ben più antichi della Rete.

Completamente diversa, invece, è la questione della legittimità o meno e, soprattutto, dell’opportunità o meno di consentire – ammesso che un eventuale divieto possa essere effettivamente attuato – che chi pubblica un contenuto online si renda completamente irrintracciabile, mascherandosi non già semplicemente dietro ad un nickname ma dietro ad una falsa identità o ad una identità di fantasia.

Nel primo caso, infatti, chi abusi della propria libertà di manifestazione del pensiero, se anche abbia scelto di farlo sotto il nickname di “cavaliere mascherato” è destinato, senza neppure grandi difficoltà, ad essere identificato e chiamato a rispondere del suo abuso mentre, nel secondo, rintracciare online chi ha scelto scientificamente di non essere rintracciabile, potrebbe essere molto difficile ma non necessariamente sempre impossibile.

La regola su Twitter – per stare alla vicenda che ha fatto infuriare Mentana inducendolo ad abbandonare la piattaforma cinguettante – è che si utilizzi un nickname ma che si lasci il proprio indirizzo mail ed una serie di altre informazioni che, ove necessario, consentono all’Autorità di rintracciarci.

E’ ovvio che si può scegliere di lasciare un indirizzo mail a sua volta non riconducibile ad un’identità reale ed aver cura – con una serie di espedienti alla portata se non di tutti dei più – di lasciare poche tracce digitali.

Ma da qui a cinguettare – come ha fatto Mentana – che chi difende l’uso di un nickname su Twitter la pensa come i massoni a proposito dei loro elenchi segreti, il passo è davvero lungo.

Quanto al tema dell’anonimato – quello vero – online, è questione straordinariamente complessa.

Sembra, però, opportuno ricordare che, proprio di recente, il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per la promozione e tutela della libertà di informazione, in un suo report sulla circolazione dei contenuti violenti online, ha ribadito che tutti gli Stati dovrebbero consentire ai propri cittadini di esprimersi online, protetti dall’anonimato.

Forse la soluzione – da ricercarsi necessariamente a livello globale – potrà, un giorno, essere rappresentata dal ricorso ad una qualche forma di c.d. “anonimato protetto”: libertà di agire online in forma anonima, dopo aver, tuttavia, lasciato da qualche parte la vera identità alla quale, solo le forze dell’ordine, dietro ordine della magistratura e nei soli casi più gravi, potranno accedere.

E’ difficile, d’altra parte, allo stato, ipotizzare una identificazione “forte” degli oltre due miliardi di naviganti del web.

Educazione, cultura, autodisciplina e, soprattutto dialogo e confronto online – come suggerito proprio dal relatore speciale Onu nella sua relazione - restano, probabilmente, le cure migliori per un male – quello del c.d. hate speech – che innegabilmente esiste ma è, probabilmente, un necessario tributo da pagare a fronte dei tanti effetti positivi in termini democratici sin qui prodotti dalla diffusione di Internet.

martedì 7 maggio 2013

M5S, INTERVIENE IL GARANTE DELLA PRIVACY: “CANCELLARE LE MAIL RUBATE”

Dopo aver definito la vicenda della posta violata degli esponenti 5 stelle, "un fatto gravissimo", l'autorità per la tutela dei dati personali corre ai ripari: "Vietato trattare ulteriormente il contenuto delle mail dei deputati del M5S.

Chiunque le detenga deve cancellarle".

Alla fine è arrivato lo stop del Garante per la privacy.

“Vietato divulgare e trattare ulteriormente il contenuto delle mail dei deputati del Movimento 5 Stelle“, è la decisione dell’autorità per la protezione dei dati personali.

Non solo.

La posta violata dovrà sparire.

“Le testate giornalistiche, i siti web e chiunque detenga queste mail, per averle eventualmente scaricate – informa infatti una nota – dovrà provvedere a cancellarle, anche dai propri archivi”.


Ora il provvedimento si è reso necessario in quanto “l’attività compiuta a danno dei deputati configura, innanzitutto, una grave violazione di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, quello alla segretezza della corrispondenza e delle comunicazioni di ogni cittadino, aggravato in questo caso dal fatto che ad essere stata violata è la corrispondenza di membri del Parlamento, tutelati da specifiche disposizioni costituzionali”. 

L’attività di quelli che si definiscono gli ”hacker del Pd“, “oltre che una responsabilità di natura penale, il cui accertamento è già al vaglio dell’autorità giudiziaria, ha comportato una violazione del Codice privacy per quanto attiene a tutte le informazioni contenute nella corrispondenza che sono state diffuse all’insaputa e contro la volontà degli interessati, violando il principio generale in base al quale i dati personali dei cittadini devono essere trattati in modo lecito, secondo correttezza e raccolti e utilizzati per scopi legittimi”.

Prima vittima dei pirati informatici, la deputata Giulia Sarti.



Altrimenti, settimana dopo settimana, il contenuto delle mail private verrà reso noto a tutti. 

I colpevoli non si trovano e il Garante è corso ai ripari.

“La vicenda ha determinato la lesione del diritto alla riservatezza non solo dei diretti interessati, cioè dei parlamentari intestatari degli indirizzi di posta elettronica – prosegue la nota – ma anche di tutti coloro che sono entrati in contatto con essi tramite mail, nonchè eventualmente di terzi citati nelle comunicazioni”.

Alla luce di queste considerazioni, “l’illiceità della iniziale acquisizione delle comunicazioni e della successiva messa a disposizione delle stesse sul web – sottolinea l’Autorità – “estende i suoi effetti anche ai successivi trattamenti di dati, rendendo illecita ogni altra successiva operazione di raccolta, conservazione e ulteriore utilizzo degli stessi dati”.

Ed è proprio la prima a cadere nella rete dei pirati informatici, Giulia Sarti, a commentare la decisione del Garante: “Hanno fatto il loro lavoro“.

Poi l’amarezza per la lentezza della giustizia sul caso.

“Sarà un problema che affronterò in Commissione Giustizia – assicura la deputata stellata – Quando ti scontri con la burocrazia vigente ti rendi conto di tante cose: ho assistito a interventi inversamente proporzionali alla velocità della Rete, di cui gli hacker si servivano per colpirci.

E la lentezza con cui ho fatto i conti non coinvolge solo vicende come la mia ma tanto altro, pensiamo ad esempio alle rogatorie”.

In altre parole, “chi dovrebbe tutelare finisce per essere ingessato e io vorrei aprire un’ampia riflessione su questo”.