giovedì 6 giugno 2013

VIA ALLE FINALI NBA: SETTE MOTIVI PER GUARDARLE

Fra poche ore comincia la Finale Nba più interessante degli ultimi anni, quasi una resa dei conti tra i detentori di Miami e la squadra più vincente negli ultimi 16 anni - ovvero dall’avvento dell’era Duncan-Popovich - dello sport professionistico Usa: San Antonio.

Ecco 7 buoni motivi per guardarle (i fortunati su Sky o coloro che hanno acquistato Nba League Pass in rete), o seguirle comunque.

7 motivi come le probabilissime partite per assegnare l’anello.

1. L’ha ammesso anche LeBron James, Duncan è il giocatore più dominante degli ultimi 15 anni.

«Probabilmente uno dei più grandi di ogni tempo».

L’avrà pure detto per infastidire Kobe Bryant.

Ma è un dato di fatto: Duncan ha vinto 4 titoli, trascinato una squadra, attorno a lui è stato costruito un sistema, di gioco e di società.

Soltanto il suo “understatement”, la sua ricerca della privacy gli ha impedito di essere idolatrato nel mondo.

Quest’anno (probabilmente passato anche lui dalla Germania per rigenerare le ginocchia) è rinato anche nel fisico.

Un trattato di fondamentali da mostrare ai bambini.

2. Un alieno piovuto dal futuro per mostrare come sarà il gioco e il giocatore del futuro.

Visione di gioco pazzesca, tiro, capacità di andare dentro e di difendere come nessuno.

Basta che lo voglia.

A 18 anni insegue il bis consecutivo, Jordan c’era arrivato a 29.

Ma è bene smetterla di cercare paragoni - tra l’altra sarebbero più calzanti con Magic Johnson - perché ormai è chiaro LeBron in futuro sarà considerato unico, riferimento inimitabile proprio con Jordan, Magic, Russell...

3. Due filosofie societarie (l’opulenza di Miami paragonabile soltanto a Lakers e New York) contro l’organizzazione di San Antonio per ovviare a un mercato di dimensioni limitate.

Spurs che sono riferimento per le altre franchigie: decine di g.m. e coach sono usciti da lì.

Ma anche due filosofie di gioco.

Gli Spurs vanno ancora con i due lunghi (al limite Bonner tira solo da fuori), Miami gioca con LeBron o Shane Battier da numero 4.

La circolazione di palla e l’idea di spaziatura degli Spurs è però la cosa più vicina al basket europeo (perfezionato) che ci sia.

Un esempio da copiare.

Il gioco di Miami è funzionale perché c’è LeBron quello degli Spurs prescinde dai protagonisti (vabbé in difesa Duncan è il totem attorno cui tutto ruota), anche lo small ball è possibile perché c’è LeBron.

4. Attenzione, sinora il vero problema di Miami è a rimbalzo....

San Antonio sotto i tabelloni è piuttosto forte no?

Inoltre gli Spurs hanno Tony Parker, il miglior playmaker al mondo dopo (ma siamo sicuri che sia dopo?) Chris Paul.

Ecco, una chiave è la difesa di Miami, che tende a collassare sulle penetrazioni e su chi ha la palla, contro monsieur Parker e il tiro da tre di San Antonio.

Eppoi, entrambe sfruttano il tiro da tre dall’angolo.

Chi lo farà meglio, vincerà.

5. LeBron da solo non può farcela contro la squadra più squadra che ci sia.

E allora sarà fondamentale l’apporto offensivo dei suoi alfieri: Wade sempre alle prese con i guai al ginocchio e Chris Bosh.

Più Bosh addirittura, perché può e deve portare a spasso Duncan fuori dall’area, da cui il caraibico è riottoso ad uscire.

6. San Antonio è la squadra più internazionale che ci sia.

Se Duncan è il totem, la fonte del gioco è Tony Parker, francese, così importante da potersi permettere di promuovere suoi amici e preferiti (Boris Diaw e Nando De Colo).

Aggiungete il brasiliano Tiago Splitter, altra chiave un po’ sottovalutata, l’argentino Manu Ginobili, gli australiani Baynes e Mills, Bonner che gioca per il Canada, Duncan è caraibico.

Miami è tutta statunitense e per di più quasi totalmente afroamericana: Soltanto Birdman Andersen e Miller sono bianchi.

E anche o sistemi di gioco rispecchiano le provenienze.

7. Il miglior allenatore del mondo merita di essere seguito ogni attimo.

Come quando risponde a monosillabi nelle interviste tra un periodo e l’altro.

Il tempismo dei suoi time out.

Ma soprattutto le sue regole che costruiscono e fortificano il gruppo.

E’ stato capace di tagliare alla vigilia dei playoff un suo fedelissimo come Steph Jackson.

Non guarda in faccia nessuno, letteralmente.

E però è capace di cambiare idee, sistema di gioco.

Non si transige soltanto sull’applicazione difensiva e sulla condivisione della palla.

Saranno finali meravigliose...

L’apoteosi della dinastia texana, o il secondo passo dell’impero LeBron.