Può sembrare apocalittico, e in effetti lo è, ma tutti gli indizi portano a ritenere che il 2014 si appresta a diventare l'anno della prima Guerra mondiale di Internet.
Qui non si parla di cyberattacchi ma dell'eterna lotta per il Potere e quella lotta oggi passa dal controllo di Internet ovvero dal controllo totale delle nostre vite.
Grazie alla scelta di Edward Snowden di rivelare i programmi di sorveglianza globale della National Security Agency il quadro è completo: ci sono, tutti contro tutti, gli Stati Uniti, il resto del mondo, la Silicon Valley, le industrie in crisi che resistono al futuro e ci sono, soprattutto, i cittadini che usando la rete producono dati.
Quei dati personali sono la posta in gioco: usati bene vogliono dire un mondo migliore, più libero e "intelligente"; usati male sono la profezia di George Orwell realizzata trent'anni dopo il 1984.
Chi sono i buoni e chi i cattivi?
Non è sempre facile determinarlo.
Chi ti regala un ottimo servizio email è buono se poi in cambio "legge" quello che scrivi?
E chi ti protegge dai terroristi è buono se anche ogni tua traccia digitale viene archiviata per sempre?
E se i più bravi a creare ricchezza dal digitale non pagano le tasse nel tuo paese, chi mette i soldi per gli asili nido e le buche stradali, zio Paperone?
«Il 2013 ha cambiato tutto», sostiene la Electronic Frontiers Foundation, dal 1990 baluardo californiano dei diritti digitali.
È sicuramente cambiata la percezione della rivoluzione in corso al punto che un intellettuale sempre pronto a cogliere il lato oscuro del web, Eugeny Morozov, sostiene il diritto «a odiare la Silicon Valley».
Esagera: ma la risoluzione che i 193 paesi delle Nazioni Unite hanno approvato all'unanimità subito prima di Natale prova a riaffermare con forza «il diritto alla privacy nell'era digitale».
La cartina tornasole è lì: più privacy vuol dire più libertà ma anche meno dati personali disponibili e quindi essenzialmente due cose: meno soldi per Google, Facebook& Co.,e quindi meno servizi gratis per noi; e anche meno sicurezza.
Reggerà questo approccio al prossimo attentato terroristico?
Per capire quello che sta accadendo è necessario fare un passo indietro addirittura al 1996 quando il poeta John Perry Barlow pubblicò la Dichiarazione d'Indipendenza del Cyberspazio.
Cosa aveva di speciale?
Che era letteralmente una bomba: diceva, con toni tonitruanti, cose che a rileggerle oggi tutto diventa più chiaro.
Persino l'italica webtax.
Diceva per esempio che con Internet si stava costruendo un mondo migliore dove i governi non avevano alcuna autorità e dove quindi non si applicavano le leggi tradizionali.
Una "sparata" simile poteva andare bene nel 1996 quando su Internet c'erano sedici milioni di persone.
Con due miliardi e mezzo di utenti, il virtuale è diventato reale e quel giochino non funziona più.
E le contraddizioni esplodono.
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