Lo scandalo suscitato da Ed Snowden con le sue rivelazioni sulle pratiche di sorveglianza di massa attuate dai governi statunitense e britannico attraverso le loro agenzie per la sicurezza nazionale va ampliandosi sempre più.
Quando i wikileaks arrivano a mostrare che a essere spiati non sono solo i comuni mortali, ma anche i capi di governo di stati europei alleati, ecco che big data diventa un termine strategico, e una strategia europea diventa prioritaria nell'agenda del consiglio europeo di questo fine settimana, con Hollande che sollecita la realizzazione un polo europeo dei big data in grado di scalfire il dominio dei colossi americani.
I data scientists vedono nei big data eccezionali opportunità per comprendere la società e supportare innovazione e creatività.
I big data, ovvero le tracce digitali delle nostre attività quotidiane che lasciamo attraverso il web, gli smart-phone, il bancomat, sono il nuovo microscopio per misurare la società globale e interconnessa.
Nuovi strumenti per accelerare la conoscenza e migliorare la qualità delle nostre decisioni come singoli cittadini, istituzioni, imprese.
L'Europa non ha brillato finora per il sostegno a questa visione: negli ultimi due anni, una rete europea di data scientists di ogni disciplina scientifica, incluso le scienze sociali, ha creato un grande progetto per costruire l'ecosistema digitale per liberare la potenza dei big data, una Ict del futuro modellata su persone e valori, non solo tecnologia (FuturICT).
Ma alla prima occasione importante, la selezione di due progetti decennali nel programma Flagship, la Commissione Europea ha preferito dar la precedenza al grafene e alle neuroscienze, rispetto ai big data.
Ma c'è un errore da evitare: muoversi con la logica sbagliata cercando di replicare il modello Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon), i "latifondisti della conoscenza" che dai dati scoprono i profili per il marketing personalizzato; o, peggio ancora, il modello Nsa, spiare tutti per scoprire potenziali terroristi.
Questo modello di big data non è l'unico, né il migliore.
Esiste un approccio europeo, che i data scientists europei e non stanno sviluppando dal basso, dalla rete di centri di ricerca e start-up innovative.
Non è necessario, e neanche utile, centralizzare i dati di tutti nei database dei giganti.
È possibile prendere un'altra strada, sviluppare ecosistemi digitali basati sulla partecipazione e sulla trasparenza.
Democratizzare i big data, attraverso alcune idee forti: la privacy-by-design e il new deal dei dati personali.
Con la prima si possono abilitare in sicurezza molti servizi basati sui big data, mettendo le persone al riparo da rischi di intrusione nella sfera privata.
Con la seconda idea si ribalta il modello Gafa: si dà ad ogni persona lo strumento per integrare le proprie tracce digitali ed estrarne migliore conoscenza di sé, creando il presupposto per un web aperto fatto di partecipazione e condivisione di parte della propria conoscenza con i servizi di cui ci si fida.
Speriamo che l'Europa scelga questa via, coerente con i propri valori.
Nessun treno è ancora perso in questa direzione, si tratta anzi di farlo partire.
Gli autori sono cofondatori del Laboratorio Europeo di Big Data Analytics & Social Mining.