Le hanno fatto nascere la figlia con un parto cesareo nonostante lei implorasse di farla nascere naturalmente.
Le hanno impedito di allattarla appena nata.
Poi gliel'hanno portata via e le hanno detto che doveva tornare in Italia da sola.
"I tribunali inglesi e i servizi sociali inglesi hanno violato il mio corpo e rubato la mia bambina.
Credo che le autorità britanniche pianificassero di strapparmi mia figlia per darla in adozione fin dal primo momento.
Ho subito un'ingiustizia molto grave.
Sto lottando per riavere mia figlia.
Vorrei che nessun'altra madre innocente in Inghilterra soffra quello che ho sofferto io".
Alessandra Pacchieri, l’italiana 35enne al centro di una vicenda diventata un caso giudiziario tra il nostro paese e la Gran Bretagna, dà finalmente la sua piena versione di quello che le è accaduto, in una lunga intervista pubblicata su due pagine stamane dal Daily Mail.
Uno sfogo accompagnato da un secondo articolo in cui si rivela che il giudice Nicholas Mostyn, magistrato della Court of Protection, “il tribunale avvolto nel segreto che prende decisioni su questioni in cui una persona viene considerata incapace di intendere e di volere”, scrive il quotidiano londinese, aveva ordinato riguardo alla delibera di sedare la donna e far nascere la figlia con parto cesareo: “Lei non deve essere a conoscenza di questo ordine fino a quando viene portata in ospedale”.
E il giudice aggiunge che, se la madre avesse fatto resistenza, i servizi sociali e la polizia erano autorizzati a “un uso ragionevole e appropriato della forza” per costringerla.
Un altro giudice dell’Essex County Council ha permesso al Mail di rivelare l’identità della Pacchieri, finora tenuta nascosta sui media britannici per preservare la privacy della figlia: “Ma ora ha diritto di dire chi è per far valere i suoi diritti”.
E la questione dell’adozione, ovvero la sorte della bambina, chiamata dal Daily Mail “Amelia” anziché con il suo vero nome, è stata comunque presa in mano dal più importante magistrato del regno in materia di diritto di famiglia,sir James Munby, che l’altro giorno ha detto di voler sapere perché una madre è stata separata dalla figlia, “la decisione più drastica che un giudice può prendere, da quando è stata abolita la pena di morte”.
Il Mail pubblica anche il parere di Stefano Oliva, l’avvocato italiano di Alessandra: “La mia cliente ora sta bene, lavora, ha una casa, ha una vita normale.
Non c’è assolutamente alcuna ragione per non dare a questa donna una seconda chance”.
Ma la vera svolta nella vicenda è che il governo italiano si è deciso a entrare in campo, con un’azione legale dell’ultima ora per bloccare l’adozione della bambina in Gran Bretagna.
I dettagli del coinvolgimento italiano sono stati rivelati oggi dal procuratore Alex Verdan, che rappresenta i servizi sociali dell’Essex, a un’udienza presso l’Alta Corte di Londra convocata per discutere gli sviluppi del caso, secondo quanto riporta il sito del Daily Telegraph, il giornale che ha per primo rivelato questa storia.
“Sono stato informato da avvocati di Londra che hanno ricevuto istruzioni dallo stato o dal governo italiano di intervenire nel procedimento.
Stefano Oliva, l’avvocato italiano della Pacchieri, dice al Telegraph di avere costantemente informato le autorità italiane ma di non avere avuto alcuna indicazione di un loro intervento sino all’annuncio di stamane all’Alta Corte: “Fino ad ora non ho ricevuto una sola telefonata dal ministero degli Esteri italiano o dal Consolato italiano.
Sembra che non abbiano fatto niente.
E’ solo grazie alla stampa e alla passione di un deputato inglese (John Hemmings, il liberaldemocratico che ha denunciato la cosa, ndr.), che il caso di Alessandra, una cittadina italiana, riceve finalmente l’attenzione che merita”.
Sempre il Telegraph riporta che Maria Edera Spadoni, deputato del nostro parlamento, ha sollevato martedì la questione alla Camera, ma non ha ottenuto risposte formali dal governo Letta.
“E’ incredibile che debba apprendere da un giornalista inglese quello che il mio governo sta facendo”, ha commentato la parlamentare.
Nell’intervista al Daily Mail, Alessandra Pacchieri racconta che un anno e mezzo fa era venuta a Stansted, l’aeroporto vicino a Londra, per seguire a sue spese un corso da hostess della Ryan Air.
Era incinta di quattro mesi.
Sapeva di soffrire di bipolarismo, un disturbo che alterna stati di euforia ad altri maniaco-depressivi, ma temeva che i medicinali con cui teneva sotto controllo la malattia potessero provocare dei danni alla bimba che aveva in grembo, perciò aveva smesso di prenderli.
Rimasta senza soldi per pagare l’albergo, preoccupata per la salute della figlia, una sera ebbe un attacco di panico e chiamò la polizia per chiedere aiuto.
La polizia arrivò poco dopo e le disse che volevano portarla in ospedale per controllare se il suo stato di gravidanza non era in pericolo.
A quel punto comincia il suo incubo.
La fanno aspettare dieci ore in un ospedale senza darle niente da mangiare, senza farla visitare da un medico e senza lasciarla andare via.
Poi incontra due psichiatri che le dicono che praticamente sarà trattenuta in base al Mental Health Act, in pratica come se fosse pazza o in grado di nuocere a se stessa e alla sua bambina non ancora nata.
Un poliziotto entra nella stanza “e mi ha trascinato via tenendomi così stretta per le braccia che mi ha rotto l’orologio”, dice Alessandra.
La mettono in un ospedale psichiatrico,”brutto e puzzolente”.
Per quattro giorni non le portano nemmeno la valigia con i suoi vestiti rimasti in albergo: “Ho continuato a indossare quello che avevo quando mi hanno prelevata”.
Vogliono obbligarla a prendere le medicine per il bipolarismo, ma lei rifiuta per timore di fare del male alla bambina: “Sapevo che possono causare la morte di una donna incinta o un aborto.
Stavo perdendo la testa.
Li ho scongiurati di lasciarmi tornare in Italia”.
Ma per tutta risposta i servizi sociali britannici le comunicano che, quando sua figlia nascerà, sarà data in adozione.
Alessandra era “inorridita”, scrive il Mail.
Ma il peggio viene dopo qualche giorno, il 24 agosto del 2012.
Si sveglia, va in cucina come al solito per fare colazione, ma trova tutto presidiato e chiuso.
Le dicono di non mangiare perché verrà anestetizzata per un parto cesareo.
Secondo i servizi sociali, afferma il quotidiano londinese, c’era “un 1 per cento di rischio di danni alla bambina in caso di parto naturale”.
Lei non è d’accordo.
“Li ho implorati di non fare il cesareo.
La data prevista per la nascita era quattro giorni più tardi e non c’era ragione di sottopormi a un intervento invasivo sotto anestesia.
Volevo un parto normale”.
Ma viene ignorata.
Una squadra di cinque infermiere la tiene stretta mentre le fanno l’iniezione per sedarla.
Poi la portano in sala operatoria, le mettono una maschera ad ossigeno sulla faccia: “Mi sono sentita soffocare ed è l’ultima cosa che ricordo”.
Quando si sveglia, vede i suoi jeans e la maglietta tagliati a metà: per evitare di toglierglieli dalla testa.
“Stavo male, ma volevo vedere la mia bambina.
Ma mi hanno risospinto a letto”.
Poi qualcuno le porta la figlia.
Lei comincia ad allattarla.
Restano insieme venti minuti o mezz’ora.
E gliela portano di nuovo via.
La riportano dopo due ore ma la avvertono: “Non può allattarla”.
Tre giorni dopo le dicono che la bimba è stata data in affidamento: “Me l’hanno rubata via”, commenta lei.
In autunno le permettono di vederla per mezz’ora alla settimana, tra un’udienza e l’altra del tribunale.
Lei implora il giudice di Chelmsford di ridargliela perché possano tornare insieme in Italia.
Lei stessa ammette che i suoi disturbi non le permetteranno di tenerla con sé, ma dice che i suoi familiari in America (erano americani i padridelle sue due altre figlie) e la madre del padre di “Amelia” (un senegalese immigrato in Italia) si sono offerti di occuparsene.
Il giudice rifiuta.
E alla fine Alessandra viene rilasciata dall’ospedale e invitata a tornare in patria da sola e continuare eventualmente la sua battaglia legale da lì.
“Ho avuto tre figlie da uomini differenti, ma non significa che non sono una buona madre”, conclude lei.
“Non ho mai fatto niente di male alle altre mie due figlie e mai lo farei”.
La giornalista del Mail mostra allora ad Alessandra un brano della delibera del giudice che le ha tolto la figlia: “Se quando sarà grande questa bambina leggerà queste note, spero che possa apprezzare il fatto che sua madre la amava e voleva vivere con lei”.
Ma gliel’ha portata via lo stesso, nel timore che possa avere altre crisi come quella di quella notte fatale a Stansted.
Chissà se adesso cambierà qualcosa.