All'inizio, ho cercato solo di sopravvivere.
Poi ho scoperto dentro di me una nuova persona, che adesso lotta perché a nessuno altro capiti quello che è successo a me»: Alissa Parker parla piano, i capelli lisci castano chiari pettinati con cura.
Un anno fa, il 14 dicembre, la sua bambina di sei anni Emilie è tra le prime a cadere sotto i colpi del fucile d'assalto di Adam Lanza, il ventenne con gravi disturbi mentali che poco prima aveva ucciso la madre.
Alla fine della strage, quando lui accerchiato si spara un colpo in testa, restano per terra venti piccoli alunni e sei professori della scuola elementare di Sandy Hook.
Fa freddo ora in questo borgo a cinque minuti da Newtown, nel Connecticut,a meno di due ore di auto da New York: il cielo è bianco, la prima tempesta invernale fa abbassare la temperatura e il vento scuote le luci di Natale.
Ci sono ruscelli che passano sotto i ponti, le casette ordinate di legno colorato con i festoni alle finestre: sembra un paese delle fiabe e il dolore sbatte con ancora più violenza contro la logica.
Le vittime, grazie all'impegno dei genitori, sono diventate il simbolo della battaglia per mettere sotto controllo le armi: processioni a Washington, l'ultima ieri, lettere e appelli ai politici, abbracci con Obama che li invita anche a parlare alla radio al posto suo.
Molti dei papà e delle mamme, come Alissa, fondano associazioni, si battono per far sentire la loro voce perché «non accada più niente del genere».
Lei lavora con un'altra donna, Michelle Gay, che quella mattina perde la figlia Josephine, compagna di banco di Emilie: il loro obiettivo è rendere più sicure le scuole: «Il giorno prima mia figlia aveva comperato una bambola da regalare all'amica del cuore per il suo compleanno: una Barbie vestita di rosa».
Alissa è una delle poche che racconta.
Il paese chiede, ascoltato da tutti i network Usa, di rispettare la sua privacy, dopo mesi sotto i riflettori vuole ricordare senza il clamore delle televisioni e dei giornalisti.
Non ci sarà una cerimonia pubblica, alle 9 e 30 di domani suoneranno 26 rintocchi di campane, alle finestre saranno accese le candele e nelle chiese sarà silenzio e preghiera.
Nei parcheggi deserti ai lati del paese ci sono cartelli con scritto " No media" e la polizia ha il mandato di multare chi viola l'embargo.
«Qui ci si conosce tutti, il dolore fa cerchi concentrici, l'epicentro sono i genitori e si propaga a tutta la comunità: abbiamo bisogno di una pausa.
Bisogna recuperare un po' di serenità altrimenti la comunità non riuscirà più a riprendersi»: spiega John, che fa lo psicoterapeuta e cura alcuni dei sopravvissuti.
E nella conferenza stampa pubblica parla il reverendo Matt Crebbin: «Ci dispiace, non vogliamo sembrare scortesi o inospitali: ma abbiamo il dovere di tutelare i più deboli, quelli che se vedono un microfono scappano.
Hanno il diritto di stare in pace».
Judith ha un negozio di giocattoli e vestiti per bambini sulla strada a due passi dalla scuola, l'insegna gialla e blu porta scritto fun kids: «Li conoscevo tutti.
Sono stata male come se fossi una loro madre, adesso basta lacrime però, i loro compagni di classe devono ritrovare il sorriso».
Poco dopo, lungo Dickenson Drive, dietro un curvone c'è la Sandy Hook Elementary School, quel che resta dopo la demolizione, ovvero niente: il ferro è stato fuso, i mattoni tritati, i curiosi tenuti alla larga.
Le foto di quel giorno sono tutte prese dall'alto: «Non volevamo che qualcuno prendesse dei macabri souvenir»: spiega il sindaco Pat Llodra.
In estate è stata tra le protagoniste del dibattito sul destino dell'istituto.
Dopo settimane di assemblee pubbliche un referendum stabilisce che venga demolito e poi ricostruito nello stesso luogo: «È la decisione migliore per voltare pagina.
E sono felice che abbiamo scelto tutti assieme, così come adesso abbiamo pensato di volere un anniversario privato.
Per un paesino piccolo come il nostro quell'esperienza è stata un trauma collettivo».
Un fortino assediato e in parte deluso: «Beh, il destino della legge sulle armi mai approvata dal Congresso è una ferita aperta.
Certo le parole di Obama, il suo impegno, fanno piacere, ma in realtà, nella sostanza, niente è cambiato da allora», dice Debbie, che lavora nella commissione scolastica.
I sondaggi, a dire il vero, mostrano un aumento degli americani che vorrebbero un maggiore controllo sulle armi, ma la lobby dei pistoleri blocca ogni mossa politica: inutili gli sforzi della Casa Bianca.
Tanto che qualche settimana fa viene lanciata l'idea di una manifestazione da tenere proprio a Newtown proprio domani, poi spostata a domenica e infine (sembra) definitivamente saltata.
Il titolo è eloquente: Guns save lives, le pistole salvano le vite e uno degli organizzatori scrive sul sito: «Se i professori fossero stati armati non ci sarebbe stata quella strage: noi lottiamo per il bene dei nostri figli».
Un paradosso che qui non fa ridere: «Sono sicura che non si faranno vedere.
Devono rispettare le lacrime di tutti noi», assicura Marie che lavora al Village Perk Cafè nel cuore di Sandy Hook.
Nel muretto poco lontano qualcuno ha scritto « Why?» ma quelli come Alissa hanno smesso di chiederselo per non impazzire.
Molti sono andati via, come Michelle che con suo marito ora sta nella periferia di Boston.
All'amica ogni tanto ripete al telefono: «Vedrai che le nostre figlie adesso giocano insieme in Paradiso».
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