giovedì 26 dicembre 2013

'ROMEO E GIULIETTA' AL CIE DI PONTE GALERIA A ROMA: GLI SPOSI TUNISINI SCAPPATI DAI SALAFITI ORA RISCHIANO IL RIMPATRIO

La ferita sul braccio è raccapricciante.

Ma la ferita del cuore è più profonda.

Quella sul braccio si è rimarginata.

Quella dell’anima sanguina ancora.

Alia guarda Alì e non smette di piangere.

Occhi dolci che sono una fontana di lacrime.

Ma a volte sorride, perché può riabbracciarlo.

Piange anche mentre accenna un sorriso.

Per un’ora non ci sono più sbarre, catene, lucchetti, porte blindate.

Il cielo in una stanza gravida d’angoscia.

La stanza dei colloqui del centro di identificazione e di espulsione di Ponte Galeria.

Davanti al muro del Cie c’è la Fiera di Roma con i suoi parcheggi alienanti e le rotonde stradali che girano nel nulla.

I romani che la frequentano non hanno idea della sofferenza che gli abita di fianco.

Altrettanto ignari sono migliaia di passeggeri che prendono il trenino per andare all’aeroporto di Fiumicino.

Alla stazione "Fiera di Roma" passano proprio davanti al Cie.

Dalla fermata del treno si può guardare al di sopra del perimetro esterno.

Vedere oltre quel muro alto e grigio, circondato da telecamere di sorveglianza, e da una specie di fossato, perlustrato continuamente dai mezzi blindati dell’esercito.

Dentro si allineano file di sbarre ricurve, costruite per impedire la fuga arrampicandosi, e lampioni per illuminare di notte e non fare calare mai il buio, con le finestre delle camerate che non hanno oscuranti.

Per ‘sicurezza’ chi si trova in un Cie per 18 mesi ha la luce perenne, anche quando vorrebbe provare a dormire.

In mezzo a quel groviglio simmetrico di acciaio e cemento ci sono "i nostri Romeo e Giulietta" come li chiama Lassaad, uno dei compagni di cella di Alì.

La stanza dei colloqui è vuota, spoglia, squallida.

Il colloquio è ansiogeno, spaventato, triste.

Avviene dietro una vetrata presidiata dai poliziotti.

Non c’è posto per l’amore nello spazio del Cie.

L’amore è vita, gioia, entusiasmo.

Il Cie è strazio, dolore, violenza, autolesionismo.

Non c’è privacy nel Cie.

Tutto deve essere spiato, controllato, trasparente.

"Alia sei proprio stupida.

Dopo tutto quello che abbiamo passato e sofferto, tu mi abbandoni, mi lasci da solo?"

dice Ali.

"Habibi, amore mio, morirò sia qua che là", risponde lei.

"Alia tu muori tranquilla e chi rimane a soffrire qui sono io? – non si capacita Alì - Non è questo l’amore che aspetto da te".

Alì ha rischiato davvero di perdere tutto.

Ha messo Alia su una barca con lui, hanno voltato le spalle al passato, reciso tutti i legami della vita precedente.

Hanno rischiato la morte in mare.

Per fortuna le motovedette italiane li hanno salvati dalle onde invernali, dalle acque e dal vento gelido.

Il 29 novembre hanno toccato la terra europea.

Quante speranze.

"L’Europa è la patria dei diritti umani, della democrazia" rincara Lassaad, voce "extracomunitaria" che parla benissimo in italiano e fa da interprete nella storia dei due sposi tunisini.

Alì e Alia si conoscono da dieci anni, si sono innamorati e sposati a Tunisi contro il volere della famiglia di lei.

Hanno 34 e 29 anni.

La moglie mostra con titubanza una ferita profonda sul braccio.

Gliel’ hanno inferta i suoi fratelli, diventati estremisti salafiti, che l’avevano promessa in sposa a un uomo che lei non conosce.

Alì era andato da loro a chiedere la sua mano.

La risposta della famiglia di Alia è stata la violenza e la segregazione in casa della donna.

Poi sono riusciti a scappare.

Dalla Tunisia è impossibile ottenere un visto per un Paese europeo.

Unica strada per la salvezza affidarsi al Mediterraneo.

Quando sono stati tratti in salvo dalle acque, l’illusione di una vita felice insieme in Italia è durata 48 ore.

Il tempo di arrivare nel Cie di Ponte Galeria, dove ormai si trovano "trattenuti", oppure "ospiti" come dice il Ministero dell’Interno, dall’inizio di dicembre.

All’ingresso li hanno divisi.

Lei l’hanno portata nella gabbia di destra, riservata alle donne.

Lui nella gabbia di sinistra, quella degli uomini.

Li separano pochi metri.

Ma anche diversi cancelli, lucchetti, sbarre, un lungo corridoio e alcune porte blindate.

Non possono vedersi.

Devono fare la richiesta alla prefettura per incontrarsi.

Poi ci vuole pazienza.

Bisogna aspettare l’autorizzazione.

Passano i giorni.

Il via libera delle autorità non arriva.

E’ il sistema con cui funzionano i Cie, epilogo estremo della burocrazia, estensione dilatata del confine europeo militarizzato.

E’ il sistema della vita legata al pezzo di carta.

Il Cie è il carcere speciale per i tanti "nessuno".

Sono lì apparentemente perché non se ne conosce l’identità.

Perché non hanno il passaporto, oppure ce l’hanno ma il console del loro paese non li riconosce.

Il Cie è la macchina rotta dell’identificazione e del rimpatrio, che nella metà dei casi non avviene.

Arriva il 23 dicembre.

Nella sezione maschile è in atto da tre giorni la rivolta delle bocche cucite.

In 15 hanno le labbra chiuse a sangue, con ago e filo improvvisati, per dire basta a un "luogo disumano".

Due li rimpatriano ugualmente.

Quel giorno Alia prende le lenzuola usa e getta che foderano i materassini di gommapiuma su cui li fanno dormire.

Le recluse cinesi, che proprio non riescono a stare nell’ozio forzato, le usano per intrecciare borsette che poi vendono a pochi euro alle altre "trattenute" in attesa, spesso vana, di rimpatrio.

Legate strette quelle lenzuola diventano un buon cavo.

Buono per impiccarsi nel bagno della propria cella.

"Stanza" secondo il ministero e gli enti gestori dei Cie.

Come Nabruka Mimuni, di cui Alia neanche conosce la storia.

Nabruka l’hanno trovata impiccata nel bagno il 7 maggio 2009.

Il giorno prima le avevano comunicato che sarebbe stata rimpatriata in Tunisia.

Nabruka aveva 44 anni, dei quali oltre venti passati in Italia.

A Roma aveva il marito e un figlio.

Ha preferito uccidersi che tornare sotto la dittatura di Ben Alì, il despota che per l’Europa non era un dittatore fino alla rivoluzione tunisina del 2011.

Alia è stata fortunata.

Le compagne di cella l’hanno trovata in tempo.

E’ stata soccorsa e portata in ospedale.

La sera del 24 dicembre era di nuovo rinchiusa nel Cie.

Da suicida fallita può essere ancora "trattenuta".

Alì le ha parlato per un’ora.

Tanto dura il colloquio.

Con quel viso mite non si potrebbe pensare che la moglie di Alì arrivi a tanto.

Ma grazie all’impiccagione ora possono parlare un’ora tutti i giorni.

Anche se non è detto, perché nei Cie non esiste un regolamento, dei diritti chiari ai quali appellarsi.

Quello che viene concesso oggi, potrebbe non esserlo domani.

Vale lo stesso per l’accesso dei giornalisti.

Il giorno di Natale al Cie fanno entrare solo gli operatori video del Tg2.

Il Tg1, il Tg3, La7 e noi restiamo fuori.

Intanto dentro la protesta continua.

Dopo le bocche cucite, arriva lo sciopero dei materassi.

Li hanno portati tutti fuori nel grande corridoio centrale, dove non c’è il tetto.

E nella notte di Natale hanno dormito sotto le stelle del cielo romano, "al freddo e al gelo".

Dopo tutto sono "ospiti" non desiderati del ministero dell’Interno.

Non sono "ospiti" di Roma.

Il sindaco, in teoria, non sarebbe neanche autorizzato a entrare.

Alì dice a Lassaad e lui traduce, che Alia ha tentato il suicidio dopo avere saputo che gli hanno rifiutato l’asilo politico.

Diniegati, si dice in gergo burocratico.

"Lei sperava in una vita migliore, si è sentita braccata, perché se torniamo a casa i fratelli ci ammazzano - apiega Alì – A Tunisi ci aspetta la morte".

La morte in faccia Alia l’ha già vista.

Nella sua famiglia salafita.

In mezzo al Mediterraneo.

"Mettetevi nei suoi panni, è una donna innamorata, ma è meno forte di lui e non ce l’ha fatta più – sbotta Lassaad – nemmeno io ce la faccio più a stare qua dentro".

Eppure Lassaad è uno abituato alle sbarre.

Ha fatto il carcere prima del Cie.

E’ uno dei protagonisti di "EU 013 L’ultima frontiera", il primo film documentario girato nei Cie, presentato al Festival dei Popoli di Firenze e in concorso al Festival internazionale di Rotterdam.

Gli autori lo avevano incontrato durante le riprese lo scorso febbraio nel Cie di Roma e poi a marzo in quello di Trapani, dove era stato trasferito.

Lassaad è uno di quelli che è difficile rimpatriare.

"Siamo qui rinchiusi come ai tempi di Hitler – dice in una battuta del film – ma la storia è fatta ricordata, non per essere rivissuta".

Dopo quasi un anno, Lassaad è di nuovo dentro.

"Mi hanno preso mentre tornavo a casa dopo aver fatto la spesa – racconta - mi chiedo: ora è un crimine fare la spesa?"

Poi torna a parlare di quei due, Alia e Alì.

"Il loro cuore sta a pezzi, non si danno pace – dice – desiderano solo poter vivere serenamente il loro amore e avere dei figli.

Ma hanno paura di essere rimpatriati.

O di uscire di qui senza documenti e dover vivere sempre con l’incubo che l’uno o l’altra non torni a casa, perché è stato fermato e portato qui dentro".

Alì non è fuggito quando la rivoluzione tunisina ha aperto la frontiera due anni fa, come hanno fatto tanti altri, per non lasciare la madre e i fratelli in una situazione di pericolo.

"Non immaginavo che i salafiti avrebbero preso piede" dice.

E su tutti loro aleggia lo spettro del rimpatrio.

Il 24 dicembre il console tunisino è andato a identificarli nel Cie.

E’ lui che deve dare il nulla osta.

Forse è stata una mossa per sedare la protesta, oppure davvero per accelerare i tempi di rimpatrio.

Su questo, come sul destino dei Centri e dei trattenuti, regna quell’ incertezza che fa a pugni con lo Stato di diritto.